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Economia e mercati

Salari reali in Italia: il gelo che dura da 35 anni

Aggiornato al 2 agosto 2026.

I salari reali in Italia sono sostanzialmente fermi da oltre tre decenni. Tra il 1990 e il 2024 la retribuzione lorda reale media di un dipendente a tempo pieno equivalente è diminuita dell’1,6%, mentre la media OCSE è cresciuta di circa il 35%. È il dato al centro della Nota di lavoro 1/2026 dell’Ufficio parlamentare di bilancio, costruito sulle serie dell’OCSE sulle retribuzioni annuali.

Il confronto è ancora più netto con le grandi economie: nello stesso periodo gli stipendi reali sono aumentati del 50,5% negli Stati Uniti, del 48,4% nel Regno Unito, del 33,4% in Francia e del 32,9% in Germania. Non significa che ogni lavoratore italiano abbia perso esattamente l’1,6%. Significa che, a parità di lavoro equivalente a tempo pieno, il Paese non ha trasformato crescita economica, innovazione e inflazione in un miglioramento durevole del potere d’acquisto.

IndicatoreDatoPeriodo
Retribuzione reale media italiana, tempo pieno equivalente-1,6%1990-2024
Media OCSEcirca +35%1990-2024
Retribuzione reale media nel lavoro privato osservato-6,6%1990-2026
Industria e costruzioni+16,5%1990-2026
Servizi-20,9%1990-2026
Decimo percentile-40,8%1990-2026

Perché i salari reali in Italia mostrano due cali diversi

Il -1,6% dell’OCSE e il -6,6% calcolato dall’UPB non sono misure in conflitto. Il primo indicatore standardizza l’occupazione in equivalenti a tempo pieno ed è utile per confrontare i Paesi. Il secondo segue le retribuzioni effettive dei dipendenti privati non dirigenti attraverso il campione longitudinale LOSAI dell’INPS, composto da circa 4,8 milioni di osservazioni su oltre 460.000 lavoratori, e incorpora la trasformazione reale del mercato del lavoro.

Questa distinzione conta. Se aumentano part-time, carriere discontinue e occupazioni nei settori meno remunerativi, il reddito annuale realmente disponibile può scendere più della paga teorica associata a un posto standard a tempo pieno. La media standardizzata misura il prezzo del lavoro; la seconda lettura fotografa più da vicino ciò che accade alle persone.

Produttività debole, salari deboli

La prima causa strutturale è la produttività. Secondo l’Istat, tra il 1995 e il 2024 la produttività del lavoro è cresciuta in media appena dello 0,3% l’anno. Nel lungo periodo un’impresa può aumentare stabilmente gli stipendi reali se ogni ora lavorata genera più valore, se i margini vengono redistribuiti o se sale la qualità delle produzioni. Quando il valore aggiunto per ora ristagna, la base economica per incrementi salariali diffusi rimane stretta.

Non è però corretto trasformare la produttività in un alibi automatico. Contano anche investimenti, tecnologia, organizzazione, dimensione aziendale, concorrenza e potere contrattuale. Un sistema con molte microimprese sottocapitalizzate tende a investire meno in capitale, formazione e processi. Il risultato può diventare circolare: bassi investimenti frenano la produttività, la scarsa produttività limita i salari e le retribuzioni deboli favoriscono l’uscita dei lavoratori più qualificati.

Il peso crescente dei servizi a bassa remunerazione

L’UPB rileva una divergenza profonda tra comparti. Dal 1990 al 2026 le retribuzioni reali sono salite del 16,5% nell’industria e nelle costruzioni, ma sono scese del 20,9% nei servizi. Nello stesso arco di tempo la quota di occupati nell’industria è diminuita dal 35,3% al 26,6%, mentre quella dei servizi è salita dal 57,4% al 70%.

I servizi non sono tutti poco produttivi: finanza, software, consulenza avanzata e ricerca possono generare molto valore. Il problema è la composizione italiana, nella quale una parte rilevante della nuova occupazione si concentra in attività frammentate, a basso margine e con minore capacità negoziale. Lo spostamento dell’occupazione verso questi lavori abbassa la dinamica media anche se alcuni comparti industriali continuano a pagare meglio.

Part-time e disuguaglianza amplificano il problema

La quota di lavoro a tempo parziale nel campione analizzato è passata dal 4,4% al 31,6%. Il part-time può essere una scelta utile, ma quando è involontario riduce reddito annuo, contributi e possibilità di carriera. L’effetto si somma alla discontinuità contrattuale e colpisce soprattutto giovani, donne e lavoratori nei servizi.

La media nazionale nasconde inoltre una distribuzione molto sbilanciata. Tra il 1990 e il 2026 la retribuzione reale al decimo percentile è crollata del 40,8%, mentre al novantesimo percentile è aumentata del 3,3%. Il gelo salariale non ha quindi colpito tutti allo stesso modo: la perdita si è concentrata in basso, proprio dove l’aumento di affitti, energia e alimentari pesa maggiormente sul bilancio familiare.

Il recupero del 2025-2026 non chiude il divario

I rinnovi contrattuali stanno producendo un recupero. L’Istat segnala che nel primo trimestre 2026 la retribuzione oraria contrattuale media è aumentata del 2,6% su base annua, sopra l’inflazione del periodo. È una dinamica positiva, ma arriva dopo lo shock dei prezzi del 2022-2023: a settembre 2025 le retribuzioni contrattuali reali risultavano ancora inferiori dell’8,8% rispetto a gennaio 2021.

Per capire il recupero è utile distinguere tra aumento nominale e aumento reale, il meccanismo spiegato nella nostra guida su inflazione, tassi e mercati. Un aumento del 3% non migliora il potere d’acquisto se nello stesso periodo i prezzi crescono più rapidamente. E le decisioni di BCE e banche centrali incidono indirettamente su mutui, domanda, investimenti e forza del mercato del lavoro.

Cosa servirebbe per invertire la tendenza

Non esiste una leva unica. I rinnovi più tempestivi possono impedire che l’inflazione eroda per anni i contratti; la riduzione del cuneo fiscale può sostenere il netto, ma non sostituisce la crescita della retribuzione lorda. Servono investimenti in capitale e competenze, imprese più capaci di crescere, una maggiore diffusione della tecnologia e politiche che spostino lavoro verso produzioni ad alto valore aggiunto.

Occorre anche ridurre il part-time involontario e le carriere frammentate, rafforzare la transizione tra formazione e lavoro qualificato e misurare i risultati lungo tutta la distribuzione. Se cresce solo la media mentre il decimo percentile continua a perdere terreno, il problema sociale rimane.

Il messaggio dei dati non è che i salari italiani siano immobili ogni anno. Ci sono fasi di recupero e comparti che avanzano. Il punto è che, su 35 anni, i salari reali in Italia non hanno costruito un progresso paragonabile a quello degli altri Paesi avanzati. Senza più produttività, qualità del lavoro e capacità contrattuale, anche l’attuale recupero rischia di restare una parentesi.